12 ottobre. Oggi me la sono vista brutta
È evidente che non fosse un mio buon giorno per
morire, altrimenti non sai qui a scrivere questa pagina. Ripercorro quanto è
successo per l’ultima volta, poi non voglio più pensarci. Voglio dimenticarlo.
Altrimenti rischio di impazzire. La birra ghiacciata che ho sul tavolo mi aiuta
a gestire la tensione, ma non è sufficiente. tremo ancora. Continuano a
riapparimi immagini confuse e volti, come fantasmi che mi schiaffeggiano in
fondo al petto. Non voltarsi mai, non pensare ai se e ai ma, non cadere nella
trappola dei dubbi. Questo è come vivo, ma a volte non è facile. E passare
queste sere forse è più difficile che sopravvivere a queste giornate. Perché
queste ferite non si rimarginano. Possono sbiadirsi, ma poi riappaiono improvvise.
E sempre nei momenti peggiori.
C’è una sensazione che mi assale
ogni volta che mi trovo in mezzo a tanta gente, come successo questa mattina.
La solitudine della folla. Migliaia di persone nello stesso posto, nello stesso
momento, eppure ognuna di loro è sola come fosse nel deserto. Mi viene spesso
da pensare al concetto di società, se è davvero socializzante. O siamo
semplicemente più vicini, e basta. Devo riempire la mente anche con questi
discorsi inutili, per darmi delle motivazioni. O risposte. Che però non trovo
mai. Dopo due giorni di appostamenti e controlli, finalmente era arrivato il
momento della svolta; Mark Taylor era uscito allo scoperto, e non avevo
intenzione di perderlo. Sembrava un uomo qualunque, come le altre migliaia di
persone in questa piazza, eppure era pronto a concludere uno scambio
importante. Il mio obiettivo non era bloccare questo scambio, ma capire con chi
lui fosse in contatto, e continuare a seguire il filo fino ad arrivare ai pesci
grossi. Interromperlo adesso sarebbe stato inutile, e poco interessante. Ma il
filone d’oro che avevamo scoperto era solo all’inizio.
Prima di ogni missione mi informo
sulle persone coinvolte; il loro passato, il loro presente. Cerco di
analizzarle il più a fondo possibile, perché ogni particolare può fare la
differenza. E spesso salvare la vita. Mark Taylor rappresentava quello che
definiamo un passamano, nessun ruolo preciso nelle operazioni, nessun peso. Di
professione agente immobiliare, usa quella copertura anche per svolgere altri
incarichi; gestione di denaro sporco, utilizzo di spazi per riunioni lontane da
occhi indiscreti, e così via. Una delle tante pedine in una scacchiera molto
più ampia. Non particolarmente scaltro, non particolarmente violento, non
particolarmente nulla. Ha persino una famiglia, abbastanza raro in questo
ambiente, ma che fa capire come non ne voglia entrare completamente.
La cittadina di Masfile non è molto
grande, ma si trova all’incrocio di due arterie che solcano tutto il paese. In
una valle che sembra essere il risultato di uno scherzo della natura; a forma
quasi perfettamente quadrata, proprio sugli angoli ha le insenature attraverso
cui passano le strade. E le montagne attorno le permettono di avere un
microclima unico nella zona, circondata dal deserto. Arrivare da quel calore,
da quella luce, e ritrovarsi in quella oasi ha qualcosa di magico. Mille sono
le leggende che parlano della nascita di questo posto, tutte affascinanti. Al
centro il commercio è nato fin da subito, la piazza è uno dei più antichi mercati. Il grosso orologio al centro
detta il tempo, le stagioni, e la ruggine delle sue enormi lancette ne indica
lo scorrere degli anni. È sopravvissuto a tempeste, guerre, saccheggi, follie
di ogni tipo. Ma è ancora lì, in alto, a comandare. La piazza a modo suo è
unica. È sempre ma sempre piena di
gente. In questo macello è facile scomparire, passare inosservati.
Avevo l’uomo a pochi metri da me, la
distanza necessaria per non perderlo di vista, ma senza farmi vedere. Vedo che
si guarda intorno, non è capace di fingere; è evidente che sta aspettando
qualcuno. Alle sue spalle si avvicina uno con un vestito blu, elegante, che
sembrerebbe non aver nulla a che fare con lui. Gli si ferma accanto, si china
ad allacciarsi una scarpa. Quando si rialza, vedo che si scambiano una piccola
busta, e la infila in tasca. Perfetto, penso, missione compiuta, ecco chi è il
successivo anello della catena. Non è stato difficile identificarlo, e
continuerò a seguirlo per pochi passi per fargli qualche foto poi me ne andrò.
Sarebbe inutile mettere a rischio la copertura. E proprio in quel momento,
scoppia l’inferno. Davanti a Taylor un altro uomo sfodera una pistola, e lo
centra in pieno. Una esecuzione, non saprei come definirla diversamente. Si
scatena il panico nella folla, voluto. Perché l’arma non aveva il silenziatore,
e lo sparo è rimbombato ovunque. Viene spesso usata questa tattica, perché
nella confusione è più facile sparire. Ma qualcosa non è andato per il verso
giusto, perché altri uomini hanno tirato fuori l’arma, e iniziato a sparare.
Nel giro di qualche frazione di secondo, c’erano corpi distesi davanti a me,
sangue ovunque, pallottole che schizzavano in tutte le direzioni. Una mi ha
sfiorato il collo, provocandomi un taglio. Che non rappresenta nemmeno un problema,
ma sarebbero bastati pochi millimetri e sarei morto all’istante. Non è stata né
abilità, né addestramento, né nulla. Solo fortuna, o caso. Oggi non era il mio
buon giorno per morire, evidentemente.
La pioggia di proiettili continua
per qualche secondo, tutti corrono in ogni direzione, chi non viene colpito
rischia di essere schiacciato dalla folla impazzita. Urla, spinte, sangue,
lacrime. Cado anche io per terra, il bruciore del taglio sul collo mi ricorda
di essere ancora vivo. Mi tirano un calcio in faccia, qualcuno inciampa su di
me e cade. Provo a rialzarmi ma mi fanno cadere nuovamente. Mi aggrappo ad un
ragazzo mi alzo io e cade lui. Mi spiace amico, non avevo altra scelta. Adesso
tira già anche tu qualcun altro. È sopravvivenza. Seguo il flusso di persone,
non sento più spari. Mi accorgo che sto camminando su un cadavere, il vestito
della donna è completamente ricoperto di sangue. Magari era venuta solo per
fare la spesa, e nemmeno si è accorta di quello che è successo. Quando arrivo
ad una delle strade laterali, la piazza si è già svuotata, al centro non c’è
più nessuno se non i cadaveri. Mi volto, con l’occhio ne conto almeno una
trentina. Mi appoggio al muro per riprendere fiato, nessuno di quelli che ha
sparato mi è vicino. Riesco a memorizzare e riconoscere un volto molto più
velocemente di una persona normale, è questione di allenamento. Ed è il mio
lavoro. Permette di salvarsi la vita. La gente continua a camminare guardandosi
indietro per paura che possa succedere ancora qualcosa, c’è chi urla e ancora
piange, ma scappano tutti. Ed effettivamente qualcosa ancora succede, l’inferno
non è finito.
Scoppiano altri spari nella piazza,
nelle altre vie laterali. La carneficina continua. Io rimango ancora fermo, ma
è arrivato il momento di scomparire. Il destino mi ha già graziato una volta,
non vorrei fargli fare il bis. Non è detto che sia disposto a farlo. Prendo
anche io la mia arma, è piccola ma spara. Non la faccio vedere, lo stato di
tensione è talmente alto che rischierei di fare un disastro. Ma se qualcuno mi
punta addosso qualcosa, adesso anche io ho argomenti per rispondere. Gli spari
provengono da diversi punti, non riesco a capire. Come se stessero eseguendo
più operazioni contemporaneamente. Un boato terribile, una esplosione. E del
fumo che appare da un tetto. Hanno fatto saltare una casa, o un locale.
Comunque è un atto una azione di guerriglia. Non ho tempo di pensare, o di
valutare, devo solo andarmene via. Quella che doveva essere una normale
giornata al mercato, si è trasformata in un giorno del giudizio.
Entrare nel mio camion mi da sempre
una sensazione di sicurezza. È come per
un animale tornare nella propria tana. Qui mi sento con le spalle più larghe.
Le strade sono completamente bloccate, il traffico è congestionato. Tutti stanno
scappando con ogni mezzo, e ogni regola cancellata. Ognuno vuole solo andarsene
via il più in fretta possibile, e basta. Ma questo isterismo collettivo sta
provocando incidenti, tamponamenti, che bloccano ancora di più il flusso. Non
ci si capisce più niente, per farla breve. Un’altra esplosione, alcuni detriti
rimbalzano sul mio tetto. Ho il rimorchio senza nulla di agganciato, sono un
elefante ma che ha agilità. Basta, ho perso la pazienza, adesso me ne voglio
andare davvero. Ingrano la marcia e tampono la macchina davanti a me, che per
effetto domino spinge le due successive. Mi son fatto abbastanza spazio per
girare; prendo la via e mi allontano. Continuo a farmi spazio da solo, non
credo nessun agente di polizia mi fermerà. E dietro ho una colonna di mezzi che
mi stanno usando come apripista. Dieci minuti dopo sto ingranando la seconda in
un parco, le aiuole esplodono sotto le mie ruote, e sono fuori città. Le
impronte dei miei copertoni sull erba sembrano la pista di lancio di un aereo,
e le macchine dietro a me ormai sono una intera colonna. Quando arrivo sulla
strada spingo al massimo, anche gli altri mezzi hanno la stessa andatura.
Stiamo tutti assorbendo l’adrenalina, il terrore, la paura che ci scorre nelle
vene. Man mano che passano i chilometri, e gli incroci, il traffico diminuisce.
C’è chi si è fermato a bordo strada per riprendere fiato. Vedo scorrere i panorami con la coda dell’occhio; vedo ma
non osservo. Non riesco a pensare. Arriva l’ora del tramonto, sto per finire il
carburante, la testa mi esplode. Mi fermo ad una stazione di servizio, prendo
una camera. Scendo, ho lo stomaco chiuso. Scrivo il rapporto ai miei superiori,
lo spedisco. È un mero resoconto dei fatti, nulla di più. Non deve trasparire
alcuna emozione, alcuna paura. Ricevo il messaggio della prossima missione. Ho
la mente ancora confusa. Voglio cancellare questa giornata dalla mia mente.
Ordino una birra ghiacciata.
E anche oggi ci riposiamo domani
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